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Circoscrizione obbligatoria

Ogni qual volta mi si prospetta una gita in Circoscrizione mi coglie in bocca quella soave scoglionevolezza che noi perfettisti proviamo quando messi in prossimità delle cose inutili.
Giustificata, nel mio caso, dalla varia disumanità ricorrente in tutte le visite alla Quinta, sulla Tiburtina.
Solo le ultime, cronologicamente:

  • Carta d’identità rinnovata. Scrivo “castani” sulla richiesta, la tipa mi sbircia di sottecchi protetta dal vetro. Sulla carta c’è scritto “brizzolati”. Ma brutta…
  • Manuela prende la residenza da me. Ci fanno dichiarare e controfirmare che “non esiste alcun tipo di rapporto affettivo” tra noi. Anzi, ci stiamo solennemente sulle balle.
  • Il parcheggio diventa a pagamento. Arrivo, e il berrettato ha il coraggio di chiedermi quanto tempo voglio restare. Non sembra sfiorato dal sospetto che la faccenda trascende ogni mio controllo! (come Valmont a Cecile De Volanges)
  • Consueto umiliante recruiting di testimoni posticci. Serve una seppur minima socialità ovviamente fuori dalla mia portata.
  • Rinnovo documenti rubati: veniamo reindirizzati verso i carabinieri per far validare la denuncia spagnola. Quando questi invece ci assicurano che bastava un’autocertificazione. Diciamoci la verità: da queste parti nessuno sa mai niente di preciso di nessuna procedura, il funzionario pubblico è solo un freestyler dell’improvvisazione normativa. Basta saperlo.

Oggi poi. Variazione dello stato di famiglia. Già è così intollerabilmente anacronistico farci venire fin qui. Nell’attesa ristrutturo mentalmente iter burocratici e processi informatici dell’ufficio.
Una donna ci chiede con la massima disinvoltura se siamo anche noi lì per un certificato di morte. Boh, sarà una vedova nera. La morte, la nascita. E’ il nostro turno, ma da noi c’è un passeggino che sconfina dallo sportello accanto. Retto da un babbo che sta urlando tutti i suoi cazzi all’impiegata che non sente, sotto al cartello “per favore, rimanere dietro la striscia gialla per esigenze di privacy”.

Ci viene chiesto “chi è il capofamiglia?”.
Chiedo disperato all’impiegata un modulo per uscire dal medioevo.
Si umanizza, ci dice che ora effettivamente si chiama “intestatario di scheda”.
Con l’aberrante sensazione di essere un “diversamente capofamiglia” faccio calare il ponte levatoio.

Per un Freedom of Information Act italiano

Lorenzo Spallino ha scritto un articolo che vale più di una puntata di Report, come spesso gli accade.

Si parte da un fatto: l’appello di Scandalo Italiano (recante 1500 firme) affinché fossero resi pubblici i documenti di gara relativi alla realizzazione del portale Italia.it è stato respinto dalla Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Respinto perché in Italia pare che la legge 241/90 sulla trasparenza amministrativa non contenga affatto il diritto di accesso dei cittadini ai documenti della pubblica amministrazione: deve sussistere “un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente a una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è richiesto l’accesso” (articolo 22, comma 1, lettera b, l. 241/1990; articolo 2 D.P.R. 184/2006).

Quindi non chiunque. Anzi, quasi nessuno. Eventualmente, un secondariato di gare pubbliche, al massimo. E il diritto al controllo da parte dei cittadini? Non esiste, e la commissione ci tiene anche a precisarlo:

La giuriprudenza maggioritaria e l’opinione ormai stabilizzata dalla stessa Commissione si sono consolidati nel senso che il diritto di accesso, riconosciuto dall’art.22 L.241/90 non configura una sorta di azione popolare diretta a consentire un generalizzato controllo dell’attività della Pubblica Amministrazione.

Il problema travalica insomma sia l’argomento della normativa sull’accessibilità (che contesto da anni insieme a Spallino e molti altri) che lo scandalo del portalone da 45 miliardi (di cui ho parlato ampiamente in passato, anche in relazione alla sfortunata iniziativa di Ritalia).

In Italia, per legge, ai cittadini non è concesso il controllo dell’operato dei propri amministratori, tramite l’accesso agli atti pubblici.

Spallino scorre anche le normative internazionali sulla Freedom Of Information, ma non possiamo sempre sperare nella superiore attività civilizzatrice dell’Unione Europea che sovrascriva in un futuro più o meno prossimo le nostre aberrazioni.

Gilioli suggerisce al neonato Partito Democratico, come indice di buona volontà, lo scoperchiamento dell’affaire Italia.it.
Naturalmente, ad un perfettista come pare io sia, l’obiettivo di ottenere lumi su un singolo caso “nonostante” la legge sulla trasparenza appare miserrimo.
Io penso invece che l’adozione del Freedom Of Information Act, come diritto universale di accesso incondizionato dei cittadini alla documentazione pubblica (salvo segreti di stato o istruttori), sia del tutto evidentemente una pre-condizione obbligatoria della nuova stagione politico-istituzionale che Veltroni ritiene appena inaugurata.
A titolo squisitamente personale, aggiungo, considero la spinta fattiva per la sua adozione condizione necessaria (ma non sufficiente) per ottenere il mio voto alle prossime politiche.

Invito quindi chi è d’accordo a mobilitarsi per ottenere questo obiettivo quanto prima, con gli strumenti di pressione che abbiamo a disposizione.

Freedom Of Information NOW.