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Il giorno in cui nacque l’universo

L’importante, in questi casi, è non lasciarsi andare a facili entusiasmi.

Certo che una vittoria insperabile di Obama in Iowa rende ora possibile un cammino trionfale alla Casa Bianca.
Forse dalla dichiarazione d’Indipendenza mai come stanotte l’America si è avvicinata politicamente all’Europa.
Rendendo quindi legittima la prossima aspirazione ad un organismo politico unificato del pianeta.
Condizione necessaria all’inizio della colonizzazione dello spazio.

Capirla minga

Nessuno è perfettoBerselli, ingagliardito dalle rilevazioni di affluenza alle urne piddine, ha ben pensato di maramaldeggiare dalle colonne di Repubblica contro chi ha ritenuto di dover usare il NO in questa occasione, scomodando la untuosa definizione di “perfettisti”:

Ad esempio quelli che non sono andati a votare per le primarie del Pd perché il nuovo partito non era abbastanza liberale, socialista, popolare, democratico, insomma perché non era perfetto. Sono quelli che sono disposti a dimenticare le tristi necessità del presente in vista di un futuro che sarà molto migliore e forse anche molto più futuro. Sono le vittime di una malattia inguaribile per la cultura della sinistra. Dove conta essere “scomodi”, dove importa manifestare “disagio”, dove conviene mostrarsi “mai soddisfatti”.

Sofri (quello ggiovane) gli si è accodato.

Credo che non abbiano capito niente.
Gli astenuti di domenica sono quelli che avevano partecipato con fin troppo entusiamo alle primarie dell’Unione. Sono gli scottati dalla cronica concessione di fiducia mal riposta in passato, l’esatto contrario degli scontenti strategici di cui straparla Berselli. Sono quelli che considerano non più procrastinabile la risoluzione delle “tristi necessità del presente”, e non danno più deleghe in bianco ai politici che hanno già dimostrato di non saperle (o volerle) trasferire in azione.

Ma davvero l’infatuazione per il progetto vi acceca fino al punto di voler trasfigurare il sacrosanto dissenso in un minuetto di figurine a cui “conviene mostrarsi ‘mai soddisfatte’”?

Io la sento spesso quest’accusa di “perfettismo”: la formulano i caporali ai braccianti in nero che vorrebbero un contratto; i gruppi di nullafacenti e pressappochisti a chi si ostina a lavorare bene, rischiando di rovinargli i giochi; chi cerca di sfuggire alle conseguenze della propria negligenza a chi cerca di rinfacciargliela.
Se provi a far notare alle comunità montane al livello del mare che sono troppo basse, cosa pensi che ti rispondano? “Nessuno è perfetto!”

Bindigestione

Non andare a votare ha un senso. E’ una richiesta politica precisa al segretario entrante del partito: di effettività dell’azione, di discontinuità con il passato, di capacità di affrancamento dalla melma di apparato che lo appoggia strumentalmente. Insomma, di saper affrontare i prerequisiti per cambiare.
Solo se avrà dato risposte e risultati si voterà il PD quando sarà l’ora. Ma serve un partito radicalmente diverso da quello che appare oggi. Che lo sappia.

La Bindi è stata fatta ascendere senza colpo ferire per simulare una risposta a quella richiesta pressante. Un po’ come tutta la front line pulita dei candidati. Ma non ha la forza per cambiare di suo le cose, mentre Veltroni potrebbe anche averla, se giocherà bene le sue carte future. Oggi non otterrà forza, perché gli daranno ragione le percentuali, non i numeri assoluti.

Andare a votare la Bindi (con tutto il bene che potremmo dirne) avrebbe un senso politico se fosse un candidato alla guida del nascente Partito Democratico, non un suo specchietto per le allodole.

Il mare d’autunno

Si va là presto, certe domeniche d’ottobre. Anche se non te lo chiede più nessuno.

Ci si sdraia a rileggere un libro più o meno vetusto.
Si cerca di capire perché, con quest’altra luce da fine batterie, le parole sembrino tutte differenti.
Ma cerchi di riconoscerle. Le parole cattive che alla fine delle nuove stagioni già sapranno di vecchie speranze.
E sei contento di stare lì.

Poi sti cazzi, uno si piazza al tavolo ad assaggiare le ultime vongole, che incombe la dieta a zuppa d’asino (e già si sa, a queste latitudini sa di vecchia balena salmonata).

Si fa un metro quadro di castello di sabbia, a tasso variabile.

Poi si torna pian pianino per ora di cena, e si passa a salutare tutti, che domattina c’è da metter su un dittatore, dicono. Ma io c’ho già il mal di pancia al contrario.

Uno, iMille e i centomila

Veltroni è stato convincente. Argomenti già sentiti, perché sono quelli che conosciamo tutti. Ma analizzati con esattezza e con visione: trovatemi un altro che abbia esplicitato come un unico processo la caccia all’evasore e al fannullone. Il problema non è enumerare le urgenze, è trovare prima la forza politica per provare a risolverle, e poi azzeccare le giuste misure per conseguire gli obiettivi. Insomma, il problema è crederci veramente.
Buoni anche i distinguo e i consigli sulle regole per le primarie.

Certo, se il segretario va bene rimane il problema del partito che gli è attorno. Che, per dirne solo una, ha ottusamente (o anche dolosamente) ritardato di un paio d’anni la sua discesa in campo, pilotandoci in questo marasma. Evidentemente ha liberato Walter solo come ultima ratio. Il che non depone bene sulla improvvisamente ritrovata attitudine al cambiamento della classe politica italiana. Mi figuro D’Alema e Rutelli a rosicchiare da sotto la poltrona di Palazzo Chigi. Ma soprattutto mi atterrisce la prospettiva che questa luce dall’alto non filtri affatto nel sottobosco. E’ la forza silenziosa della nomenclatura che renderà inefficace o di breve durata il veltronismo, la permanenza nascosta di un establishment autoreferenziale che lavorerà costantemente per assorbire le eventuali onde d’urto decise al vertice.

Se fosse per l’uno al comando, la proposta de iMille sarebbe ridondante, sorpassata da sopra. Forse è l’esistenza dei centomila che la rende invece significativa.