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Sintesi veltroniana: una lettura oulipiana di sinistra

Antonio Sofi ha utilmente riassunto in questa tag cloud la frequenza delle parole chiave nel discorso del Lingotto:

Tag Cloud del discorso di candidatura di Veltroni alla guida del Partito Democratico
Questo però è solo un rilievo statistico. Io ne voglio dare una lettura radicalmente di sinistra. Che sintetizzi concretamente il significato delle parole di Veltroni.
C’è chi cerca di leggere tra le righe. Io invece leggo tra le colonne. Ecco cosa c’è scritto nella tag cloud del discorso, leggendo solamente le parole allineate a sinistra:

Abbiamo campo.
Decidere!
Democrazia, dovere fiscale.
Giustizia hanno italiani? Mai!
Noi obiettivi, paese partito.
Politica = poter propria, sempre sistema stato valori.

Mi sembra un discorso sensato, quello di Veltroni così riassunto. Perfetta in apertura la metafora giovanile del cellulare. Sono le parole di chi cerca di spiegare con sguardo obiettivo un paese partito per la tangente. E chi dubita che la politica riesca sempre a sistemare lo stato dei valori (tangibili) di chi se ne occupa?

Perdona Antonio, ma non sono riuscito ad esimermi dall’esercizio oulipiano (che ovviamente vale solo per questa immagine della tag cloud). Questo in particolare può essere desunto da un incrocio della pratica dell’acrostico con il Petit abécédaire illustré di Perec, su cui si è cimentato anche Calvino nel suo Piccolo Sillabario illustrato.

In assenza di definizione

Luca mi chiama in causa per una possibile definizione di “blog” derivata dalla mia esperienza.
Dalle poche settimane di attività trascorse non credo di aver tratto sufficiente linfa da alimentare una definizione condivisa del fenomeno: forse perché, al momento, le mie ragioni sono legate ad intrecci della storia personale difficilmente replicabili altrove.
Proverò a dare quindi un balbettato resoconto di ciò che mi spinge ad articolare qualche pensiero pubblico in questa sede.

Una postilla sulle regole del gioco: 2000 battute sono una “contrainte” un po’ blanda per un ex oulipista. Si potrebbe pensare di scrivere il pezzo senza usare la parola “blog”.
Ma sì, esageriamo pure: lo scrivo direttamente senza usare affatto le lettere B, L, O e G.
Il lipogramma è l’unica strategia che un perecchiano conosce per raccontare l’assenza di una possibile definizione di BLOG.

Se sapessi che accidenti scrivere di questa faccenda avrei di che ritenermi infine a casa. Invece, da appena una decina di settimane di attività (tracce rarefatte di scrittura) ci si appresta a prendere una via senza sapere in che paese si è diretti.
Perché è un paese, dice Mante. Per chiacchierare e discutere e anche incazzarsi per niente, senza questuare casa per casa (usci aperti per tutti!). E per crescere. Se ci si riesce.

Sicuramente da più parti si sentirà disquisire in tema di necessità innata di presentarsi a vicenda idee, ricercare impensati emendamenti ai pensieri intimi più farneticanti, mettersi insieme per fare e disfare, essere cittadini più che attivi, immersi addirittura in una sfera di interattività eccetera.

E’ veramente questa spinta decentrante a determinarmi?
Sinceramente, direi che questa fase è prematura. Ci si arriverà, ma questa è per me materia in divenire.
In questa prima fase è invece in virtù di un’attitudine prettamente espressiva che una tastiera mi chiama a tratti a dichiararmi su eventi e varie amenità, patenti assurdità individuate nei meandri di determinate pratiche, punti da marcare rinvenuti in mie esperienze e attività.
Più precisamente qui ci si dedica ad esercitarsi destramente in ardite sequenze narrative (che dipanare pensieri è sempre narrare) di pezzi in cui una sequenza di varia natura è frammista senza preavvisi a derive fantastiche, e frequentemente sarcastiche.
Se mi si chiede che parte ha per me un utente in questa messa in scena, è di partecipare a questa minima epifania di sensi, se ne trae piacere. E se ha in siffatta esperienza maniera di raffinare anche minimamente una sua mappa dei punti di vista imprevisti.