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Cult of cellophane

Pur essendomi ritrovato nella vituperevole lenzuolata augurale, da queste parti si plaude incondizionatamente allo splendido rant di Boh contro il culto della personalità nella blogosfera in Italia.

Una delle mie canzoni totemiche si presta bene alla celebrazione dell’anticulto: Mr Cellophane, dal musical Chicago, è modellata sul refrain musicale della vecchia Personality, di cui rovescia specularmente il senso.

Ecco una delle migliori invocazioni, propedeutica all’instaurazione del culto del cellofan.


2 + 2 = 12.000.000

because you’ve not been paying attention!

Bene, comScore pubblica proiezioni statistiche sul successo dell’iniziativa di In Rainbows, l’album dei Radiohead autodistribuito online a un costo definito dall’utente:

During the first 29 days of October, 1.2 million people worldwide visited the “In Rainbows” site, with a significant percentage of visitors ultimately downloading the album. The study showed that 38 percent of global downloaders of the album willingly paid to do so, with the remaining 62 percent choosing to pay nothing.

Il Daily Mail dà immediatamente voce alle fanfare delle etichette, già terrorizzate dal tentativo di scavalcamento comportato dall’operazione, che licenziano come tragicamente fallita. Ma sbaglia clamorosamente a riportare i dati:

  • scambia i semplici visitatori per utenti che hanno scaricato l’album
  • moltiplica per dieci i numeri
  • riporta i dati come assoluti, mentre è solo una proiezione statistica

Già al primo grado di separazione giornalistica l’ipotesi di 1,2 milioni di semplici visitatori diventa certezza di 12 milioni di album scaricati. (Alt, chi va là, downloaden o uploaden? Semplici visitatori!)
Poiché l’errore va in direzione opposta alla tesi preconfezionata dall’articolo, prefigurando un clamoroso successo, rende internamente pretestuosa e ridicola la posizione espressa.

Ed infatti, assuefatti a puntino alla surrealtà delle cose di casa nostra, al Corrierone se ne innamorano, e Simona Marchetti la riprende para para, errori compresi. Citando persino la fonte originale senza prendersi la briga di controllare quella breve paginetta.

A cascata, i blogger (italiani e non) gli ruzzolano dietro, prendendo per buoni quei 12 milioni di download, ma impegnandosi almeno, giustamente, a smascherare l’incoerenza dell’accusa di fallimento, mostrando come, dati alla mano, si tratti solo di stampa di regime intenta a minimizzare il crollo del sistema multinazionale della discografia. E io ovviamente con loro: stavo per scrivere le identiche considerazioni di Quintarelli.

Oops, improvvisamente al Corriere se ne accorgono. Ma, com’è noto, il diavolo fa le virgole ma non le rettifiche. Ormai l’indignazione è montata nella blogosfera (che è fan della disintermediazione ancor più che della band), costretta dagli errata a una risospensione del giudizio fino a nuovo ordine.

A chiudere la farsa intervengono gli stessi Radiohead, dichiarando l’ovvio: che anche lo studio di comScore è del tutto inaccurato, e i suoi risultati non corrispondono in alcun modo alla realtà. Ci si poteva arrivare, vista la base statistica di poche centinaia di utenti.

Cosa dire della vicenda: mi sembra che metta finalmente d’accordo i detrattori di giornalisti e blogger: è andato in scena un gioco a rimpiattino fra chi misinterpreta più radicalmente dati già in origine precari.

Non posso naturalmente esimermi dal dare anch’io i numeri sulla vicenda. Da buon ultimo, ho scoperto almeno come sono arrivati al dato del 62% di non paganti riportato da comScore.
E’ naturale, e per alcuni versi paradossale. Come avete fatto a non accorgervene prima: è la Sezione Aurea dei visitatori a non aver versato un pound!

P.S. Mai notato che il rapporto fra le colonne di questo blog è lo stesso della struttura compositiva della Flagellazione di Piero Della Francesca? Nooo? Eh, because… you have not been paying attention!

Too Passionate!

Forse fin troppe parole in giro per esprimere la solidarietà a Kathy Sierra. Si rischia di diluire confusamente le risposte a molteplici discorsi intrecciati nella vicenda, risposte che invece devono suonare chiare e sonore:

  1. Le minacce di morte: si faccia la denuncia e indaghi la polizia. Scovando dai log i colpevoli, e facendogli pagare la bravata (perché sembra onestamente che di questo si tratti) come se fosse una minaccia reale.
  2. I blogger (anche autorevoli) misogini e razzisti: sono evidentemente degli imbecilli. Si emarginino, sputtanandoli collettivamente con i mezzi propri della blogosfera.
  3. Chiusura o meno dei commenti agli utenti anonimi: mi sembra necessario in questi contesti. La tecnologia espande la portata della nostra vita pubblica, esponendoci a questo tipo di attacchi. Non è antidemocratico pretendere come condizione della conversazione la reciprocità di tracciabilità dalla platea dei nostri interlocutori.

Il nono rischio

Franco Carlini sul Manifesto di oggi, in polemica con Adinolfi:

Forse al severo e preoccupato elenco di Rodotà occorrerebbe aggiungere un ottavo rischio, quello che viene dai troppi che si proclamano unici e autorizzati interpreti della rete e della sfera pubblica.

Appoggio la mozione. E rilancio. Ancora Carlini:

chi frequenti l’insieme dei blog, specialmente quelli italiani, potrà avere conferma di quanto poco discorsiva, colloquiale e spesso vuota sia la suddetta blogosfera.

Non confermo né smentisco, potrei anche essere d’accordo. Ma poiché non tutti i frequentatori della blogosfera sembrano condividere un giudizio così tranchant, che è invece dato per scontato, individuo di conseguenza un nono rischio da aggiungere in calce alla lista: l’avvento di coloro che si “proclamano unici e autorizzati interpreti della rete e della sfera pubblica” per chiara fama nel denunciare “i troppi che si proclamano unici e autorizzati interpreti della rete e della sfera pubblica”.

E se ai cinesi piacesse?

Quanta bella indignazione male indirizzata!

E’ brutto il portalone? Ma per chi? Non siamo noi il pubblico di riferimento! Voi vivreste l’Italia nello stesso modo in cui la vive un benestante extracomunitario di passaggio in grand tour europeo di una settimana? Passeggereste per Venezia con le gondole sottobraccio e in mano la palla di vetro con Woityla innevato presa ieri a via della Conciliazione?

E’ inusabile la navigazione? Certo, ma se gli americani si divertono a perdersi allegramente in Myspace…! Ah, già, ma quando il caos è serendipico (ahimé) è produttivo! Non è escluso invero che con quella struttura di menu un aspirante turista che stia cercando la pagina del Colosseo trovi invece il blog della figlia di Veltroni!

Non ti senti rappresentato in quanto italiano? Ma il prodotto non serve a rianimare il tuo sentimento di appartenenza agonizzante: serve a far affittare più camere a tuo cognato Giuseppe Bellavista detto Hotel, o a convincere uno che non ha mai visto un’abitazione antecedente gli anni sessanta a farsi prendere la sindrome di Stendhal davanti al tal rudere medievale in periferia di Barbagnate Di Sotto.

O anche no! Il punto è che stavolta il movimento della blogosfera verso un’unica, indifferenziata lapidazione mi sa tanto di branco. Perché usa in gran parte argomenti in fin dei conti soggettivi, o generici, o apodittici, o inverificabili, o comunque privi di falsificabilità nel senso più propriamente popperiano.

Posso condividere molto di quello che è stato detto. Quello di cui posso però accusare con ragionevole certezza i fautori di questa operazione è:

  1. Il portale Italia.it, soggetto alla vigente normativa sull’accessibilità, pur essendo costato ai contribuenti uno sproposito NON è conforme ai requisiti di legge. Lo dicono loro stessi, anche se minimizzando l’ampiezza dei problemi, che non riguardano singole sezioni ma tutte le pagine (non linearizzabilità dei contenuti di molte tabelle, mancanza di semantica, non rispetto del pure esecrabile algoritmo di testo/sfondo ecc…). Peraltro realizzate con tecniche obsolete.
  2. Non è appropriato, per un paese che vuol convincere il mondo (o almeno le agenzie di rating) di non essere in declino, impostare una campagna di comunicazione che preveda l’identificazione con un simbolo in qualche modo interpretabile come un fallo smosciato.