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Oniricamp

Stanotte ho sognato un barcamp in una chiesa. Tutto in bianco e nero.
Io ero al bar in una cappella absidale con Stefano Vitta.
Gli chiedevo com’era andato l’aperitivo con l’americano. E lui: beh, sai com’è in questi casi…

Magari è ora di fare un pensierino al jackpot!
Che numero fa Stefano Vitta alla smorfia?

Venture nella Capitale

FrankenstinAldilà dei resoconti (vedi in proposito gli ottimi report di Amanda e Andrea), l’impressione più viva che ha lasciato il VentureCamp di sabato scorso a Roma è stata:
SI
PUO’
FARE

Se l’assenza dei Venture Capitalist ai Barcamp nostrani era sempre stata stigmatizzata come un’infelice anomalia italica, va dato atto a Fabio Masetti di essere riuscito a dar finalmente corpo a questi ectoplasmi portafogliuti.
Immagino questa settimana un’irruzione di nuova aria in cartelle da molti mesi immodificate, stragi aracnidee intorno ai prototipi da troppo tempo obliati in soffitta, faldoni che schizzano fuori dai cassetti come dotati di seconda vita propria.
Oppure, più verosimilmente, la fioritura di soavi deadline nell’animo degli uditori delle success stories, provvidi all’uscita di “guarda, entro dicembre…” quando non di “eddai, facciamo!”.
Vedremo poi in primavera se il Camp avrà fruttato.

Va però segnalata la presenza di una nuova, insospettata propensione dall’esterno all’aratura del campo italiano: tutti gli imprenditori presenti (in carne, onde o pixel) hanno mostrato un impegno concreto nella ricerca di meccanismi in grado di replicare sistematicamente le occasioni di cui hanno usufruito. In particolare riguardo ad una formula aurea che coniughi capitale americano, presenza strategica e commerciale nelle valley USA (non solo Silicon) e sviluppo italiano. Meccanismo virtuoso che sta diventando realtà grazie al (per altri versi preoccupante) crollo del costo del software in Italia (agli ultimi posti in Europa), e alla ottima propensione al mobile.
Uno dei Barcamp in cui ho imparato di più.
Forse proprio perché non lo era, data la rigida separazione di ruoli tra relatori e uditori.

PallacordaCamp

Dopo l’imprimatur del filosofo Sartori e la sinistra evocazione delle armi di Mazza, si mormora che Grillo stia per calare da Genova per la presa di Annozero (dove sono rinchiusi i dissidenti al regime), al grido zenacampista di “Liberté, egalité, trenetté“. Tutto torna.

Cast Hommes

Eìo e Stark si sono girati di botto e hanno trovato un nuovo medium, un po’ come Pasteur la penicillina.

E allora abbiam pensato, Stark e io, due teste fini che voi non avete un’idea, abbiam pensato che adesso noi ogni tanto facciam dei brevi podcast scritti in cui il tempo di scrittura equivalga al tempo di lettura, e li chiamiamo Chatcast.

Tanto per conferma epidemiologica che la finezza delle teste si trasmette via post…
e sensibile agli appelli del dott. Sofi per un riformismo barcampiano…
proporrei calorosamente un CastCamp, happening in cui il tempo di ascolto individuale è uguale sia al tempo a disposizione per esprimersi che a quello dell’evento: tutti parlano e ascoltano insieme tutti gli altri contemporaneamente per tutta la giornata.
Se proprio gli scappa, chi vuole può trasmettere il tutto in screaming video.

Emendamenti?
(a parte la presenza di alpini, eh?!)

Chi non parla con me, pesto lo colga!

Venuto proprio bene, lo ZenaCamp: atmosfera solare, organizzazione marziana, buona affluenza venerea. Logistica un po’ plutonica all’inizio, tra caldo e folla, ma compensata dalla splendida collocazione del Palazzo Ducale, che già conoscevo.

Ho presenziato a qualche curiosa non-conferenza e instaurato molte non-conversazioni.
Perché non aspettatevi di riuscire a mettere a fuoco conversazioni strutturate e conseguenti lì dentro: dal mio angolo di visuale, la blogosfera italiana è un luogo fervente di conversazioni partecipate e interessanti, che si eclissano solo in corrispondenza dei Camp (e, parzialmente, nei suoi dintorni temporali per quel certo alone di autoreferenzialità che pervade le discussioni). Il pianeta BarCamp proietta un cono d’ombra sulla blogosfera.

Per me, in particolare, che sono lento nel recepire idee e metodico nell’elaborarle, la conversazione accidentale e distratta in luoghi affollati non è molto fruttifera. In genere solo tempo dopo mi accorgo di spunti raccolti lì che hanno inaspettatamente gemmato. Questo è ancora il mio post “a caldo”, figuratevi.

Primo presagio di socialità distorta al bancone del bar scendendo verso palazzo: con la scusa del tempo un indigeno cordialmente offremi di accompagnarlo in viaggio agli antipodi, a Sidney, che “là te la danno”, declinato gentilmente perché tutto sommato talvolta anche qua.
Come questa premessa abbia in qualche modo stabilito il mio mood della giornata l’ha colto perfettamente Alberto, immortalando il mio attonimento.

Dentro, saluto una ventina di facce conosciute, annetto qualche mio peculiare sproloquio autistico, si discetta angelicamente sugli assenti (bene sui santi, male sui profeti) e mi getto sulla focaccia. Poche ma soddisfacenti lunghe conversazioni, specie con Luca Mascaro, in attesa di essere interrotti da qualche telecamera vagante (qui urgerebbe già un link, ma figuriamoci, qualche videasta è in ritardo di 3 camp ormai!). Come è d’uopo, cazzeggio in ordine sparso con la pattuglia consolidata dei romani.

Cerco le 21 differenze fra il bell’intervento di Dadda sugli oggetti inusabili e la sua identica presentazione in Confindustria giorni prima, che avevo visto online. Qui è molto più partecipata, forse anche perché, come giustamente il prof Epifani mi faceva notare, capace che quegli oggetti li avevano fatti proprio gli spettatori in platea di Confindustria!

A ben vedere, l’affinità sbandierata tra gli interventi concatenati di Mitì (il blog come scrigno della memoria) e di Tambu (su alcuni blog di novantenni) è convertibile al contrario in irriducibile alterità: più ci allontaniamo dall’evento vissuto e più il suo ricordo sfuma in una deriva narrativa, che altera i contorni del fatto per farlo rientrare in una ratio retrospettiva. Insomma, forse non c’è niente di più lontano dalla funzione di conservazione della memoria del blog geriatrico aperto, tenuto e stimolato dai bisnipoti degli ottuagenari.

Giù a pranzo gridiamo “bacio, bacio” al passaggio degli sposi, poi entro con alcuni (Tommaso, Alberto e una tipa simpatica di Tiscali troppo dedita al lavoro) e finisco al tavolo con altri. Mi scuso con Antonio (che avevo inopinatamente chiamato Davide). C‘è qualcosa di allucinogeno nelle cibarie, stavolta. Alessio Iacona si ricorda di quando ero etoile all’Opera, io mi ricordo quando lui era a Samarcanda. Sofi chiama me “maestro”!
Ritorno del rimosso con Sonetti ed Elena, di quando trascorrevo sere intere a Trastevere a chiacchierare in endecasillabi. La seduta prosegue in piedi al bar con Tiziana: lei è riuscita infine a fondere i due coté, l’umanistico e il tecnologico, io li ho incrociati in tutti i modi possibili e sono ancora separati in casa. Mah!

Nel pomeriggio tante belle menti provano ingegnosamente a infilare il pezzo quadrato nel buco rotondo, dando sempre l’impressione che, con appena un altro sforzo…

Luca punta a un modello di riduzione della complessità (senza degradazione di qualità) nella progettazione centrata sugli utenti, perché il modello di perpetual beta non va bene per tanti progetti, ad esempio le intranet. Purtroppo non ho scorciatoie pronte. Con l’esperienza di qualche intranet alle spalle (tra cui TIM e INPS), a me basterebbe semplicemente una percentuale non marginale dell’adozione di strategie UXD nell’Information Technology italiana.

Fabio introduce al coworking (no, non c’entrano le mucche), che nel suo brainstorming assume l’identità di una sorta di ibrido tra l’office rental e il centro sociale 2.0, che io, in assenza di valley, battezzo Silicon House. Interessante, ma serve una massa critica di addetti ai lavori che condividano i nostri interessi, e a Roma non credo ci sia ancora. Se ne riparlerà. Intanto, apprendo dell’esistenza del VentureCamp, vediamo cosa ne esce.

Nicola ragiona intorno a una possibile metafora di democrazia 2.0, suscitando le perplessità di Gaspar, secondo cui quelle ardite speculazioni non sono affatto aderenti alla nostra consuetudine politica. Effettivamente, forse la distinzione scolastica tra democrazia rappresentativa (in cui siamo immersi) e democrazia diretta rende conto della differenza tra le due posizioni: quasi ogni discorso intorno alla declinazione in rete del concetto di democrazia fa riferimento al modello della democrazia diretta, sbilanciato tra l’inattingibile passato della polis greca e le prospettive futuribili che una volta sarebbero rientrate sotto l’etichetta del socialismo utopico. Anche qui, serve un supplemento di elaborazione.

Il clou nella sessione plenaria Blogbabel-Valdemarin, dove le rilevazioni quantitative di Ludo tracimano naturalmente in quelle qualitative e riepilogative di Paolo.

Tante non-conversazioni possibili sono mancate all’appello: dagli appena salutati che erano inizialmente nel mio mirino (Lele, Claudio, Massimo, Vittorio, Marco…) a quelli che mi prefissavo di approcciare, come Eio (non ero sicuro che fosse Elui), Maistrello e Giovanni Calìa. Non così fortunato Kurai, sul cui corpo stremato ho infierito in uscita con vaghi farfugliamenti. Fuori, solo qualche aggiornamento con Folletto sul caro estinto. E, naturalmente, il grande Mucignat come perno centrale di confronto lungo tutto il weekend.

Poi, a margine, qualcosa di più vero che ogni tanto mi veniva a cercare su a Mentelocale. E alla fine mi ha trovato, e ce ne siamo andati a passeggio.

RitaliaCamp, tra il dire e il fare…

Io esprimo il disappunto di chi si aspettava che l’evento fosse organizzato con l’intento di darsi una struttura per cominciare a lavorare concretamente dal giorno successivo. Gran parte degli astanti, dai commenti che mi è capitato di raccogliere, si aspettavano la definizione di tavoli di lavoro, la discussione sulle metodologie di organizzazione e sui workflow, sugli strumenti di collaborazione (che tanto decantiamo) da utilizzare, sul “chi decide”, e via discorrendo.
Da qualche giorno era apparso chiaro che non sarebbe stato così, che non era nelle intenzioni né tantomeno nelle capacità degli organizzatori. Ma allora non andava ventilato affatto il proposito, sempre ribadito, di produrre un documento finale in giornata, se non erano stati predisposti strumenti per farlo concretamente.
Va detto, a scanso di equivoci, che chi covava malumore per lo svolgimento non operativo della giornata non sembra abbia mosso un dito per cercare di ribaltare la situazione: semplicemente si aspettavano che qualcuno si fosse preso la briga di svolgere il lavoro più rognoso (trovare le forme per incanalare un flusso destrutturato in direzioni operative coerenti). Mi metto anch’io tra questi, che non hanno avuto la forza di proporre una gestione alternativa dell’evento, pur colloquiando per tutto il giorno con gli organizzatori (il cui impegno è stato comunque enorme, c’è da riconoscerlo).

La forma Barcamp non è minimamente adatta all’uopo. La sua connotazione di brodo primordiale è talmente lontana dalla politica del “fare” che si rischia anzi ormai che passi come una meteora in Italia senza lasciare segni concreti di produzione collaborativa al suo interno, né capacità di proselitismo verso l’esterno. Sarebbe grottesco generare delle caste concentriche di influencer, coccolate dalle aziende, che non hanno alcuna influenza fuori di se’ stesse.

La parte dei presenti che si aspettava un Barcamp vero e proprio non sembra essere rimasta soddisfatta dal parco degli interventi.

Surreale l’iniziale tentativo di brainstorming tra 250 persone, con Goetz nella parte di Totti e Gattuso.

L’atteso insider Ottolini non ha fatto opera di outing, come tutti attendevano, ma si è limitato ad esporre qualche opinione generica di politica del turismo italiano, tra il banale (tanto da provocare l’irritato e rumoroso abbandono di un gruppo di uditori) e l’improbabile (italia.it come sito di commercio elettronico, o la proposta di sconfiggere la delinquenza organizzata al sud). Per scongiurare eventuali tentativi di linciaggio, si è fatto scudo della prole lungo tutto l’intervento, vecchia volpe.

Il contestato presidio di IBM, nella persona del dott. Previtera, vice presidente dei rapporti con le PA, ha trovato buon gioco nello scaricare alcune colpe sulla parte assente, il committente, mentre ha fatto mostra di essere bonariamente aperto ad accogliere gran parte dei rilievi sottopostigli.
Dottor Previtera, la timeline è chiusa: quando il portale va in esercizio, time is over. Il risultato dev’essere, in quel punto, qualitativamente adatto al soddisfacimento degli obiettivi e dei vincoli definiti dal capitolato di gara. Poi eventuali miglioramenti apportati possono mirare al conseguimento dell’eccellenza, non certo al salvataggio dal ridicolo.
Attendo comunque il completo adeguamento del portale alla legge Stanca sull’accessibilità, obiettivo da lei annunciato come prossimo, “questione di giorni”. Da questo valuteremo la serietà dei propositi esposti nel suo intervento.

Melanconici i commiati (sia al Camp che nel comunicato): dovevano esprimere un “eccoci pronti a lavorare, ognuno sa cosa deve fare”; sono suonati invece come un “non perdiamoci di vista”. E va bene, non perdiamoci.

It’s the BarCamp, stupid!

Apprendo da Giovy che “per partecipare al BarCamp non bisogna ASSOLUTAMENTE avere qualcosa da dire su Internet, blog, Web 2.0, tecnologia o altro!”. Addirittura altro!
Antonio lo ha immediatamente assunto come “il post definitivo sul Romecamp”. Eppure lo stesso Romecamp si autodipingeva fin dalle prime fasi organizzative come “una s-conferenza Web 2.0 a Roma”, frase che tuttora campeggia come sottotitolo dell’evento.

Ne prendo atto. Anzi, mi aiuta a comprendere la mia refrattarietà a stilare resoconti dei due Barcamp a cui ho presenziato: evidentemente è un oggetto su cui si può scrivere tutto e il contrario di tutto. Non esattamente il mio campo.