Archivi per November, 2007

Prototipo di post grancoalizzato

La vicenda di Rivotiamo ha mostrato inequivocabilmente che, allo stato presente, la rete è più utile alla raccolta delle olive che delle firme.

Tanto più ora che i ramoscelli d’ulivo se ne rimangono saldamente abbarbicati ai loghi.

(SDZ via Webgol)

Breve storia recente e prossima dei difensori del popolo

I) Ancora vent’anni fa i cittadini italiani delegavano volentieri la gestione fiduciaria dei loro interessi ai partiti politici.

II) Dopo Tangentopoli, la crisi di fiducia orientò molti a rivolgere le speranze nei sindacati, in difesa dei diritti acquisiti nei decenni precedenti.

III) Dopo il Patto per l’Italia, l’implosione di Cofferati e la successiva conduzione gerontocratica della triade, ci si rivolse allora alle associazioni dei consumatori come nuovi campioni della difesa dei più deboli. Però in uno smottamento continuo dello status da cittadini a lavoratori a consumatori. Ma almeno qualcuno ancora diceva che l’inflazione calcolata dall’Istat era una buffonata.

IV) Dopo la finta Class Action recentemente approvata, tali associazioni vengono disattivate e inglobate nel sistema: solo le associazioni riconosciute (e foraggiate) dallo Stato avranno potere di intentare class action. Si profila un palese conflitto d’interessi che espone questi soggetti alle intimidazioni della politica, con il rischio di vedersi decurtare finanziamenti e riconoscimento istituzionale.
Rese infide le associazioni, il distintivo di difensori degli oppressi sembra ora sia passato ai comici, che dopo le stagioni delle epurazioni (craxiste o bulgare) riemergono con il loro armamentario satirico (quindi letterario) di pungolo del potere, però misinterpretato come strumento politico di denuncia.

V) Non c’è più nessuno sotto, qui gli esiti possibili sono due:

  1. la fuga verso il basso, con la restituzione diretta al popolo stesso della cura dei suoi interessi: ed è l’insurrezione.
  2. la chiusura del cerchio, con il transito dai comici ai partiti politici, ridelegati su basi diverse alla difesa del popolo. Fino a poche settimane fa si riteneva che il grillismo fosse il candidato principale a questo compito storico, sembrava potesse risolversi in una forza politica. Ora pare che il ruolo sia ambito da almeno un altro comico affermato.

Il kapòpopolo

L’ufficio marketing di Forza Italia (cioè tutta Forza Italia) ha riferito a Berlusconi che gli italiani ce l’hanno con i politici. E lui si sfila via, dalla parte del popolo.
Qualcuno dica al suddetto ufficio marketing che gli italiani ce l’hanno ancor più con la televisione. Dovesse abboccare!

Il teorema del triangolo nero

Non mi pare che l’appello del Triangolo nero (nato su Carmilla) contro la supposta deriva razzista dello stivale contribuisca alla civiltà del dibattito.
Trovo che il testo dell’appello non sia sottoscrivibile, per diversi motivi.

In primo luogo perché mira a ridurlo a un fenomeno del tutto irrazionale, senza alcun fondamento nei fatti. Io, da sinistra, sono abituato a cercare le probabili ragioni di fondo anche in movimenti che mi sono del tutto estranei: se molte persone di Brescia sono stanche di vedere parte del proprio gettito fiscale redistribuito inefficientemente verso il meridione, e spingono politicamente per una redistribuzione a carattere locale, devo riconoscere legittimità e logica all’intento (purché siano pronti a sopportarne anche le conseguenze nefaste), a prescindere dalle storture ideologiche del leghismo.
I relatori dell’appello fanno finta di ignorare la questione al centro del dibattito, nei termini oggettivi in cui è riassumibile, leggibili anche (un po’ sottotraccia) nella stampa nazionale:

  • dal primo gennaio 2007 i romeni sono cittadini comunitari, con libera circolazione nel territorio europeo.
  • in Romania viene segnalato un improvviso calo del 26% della microcriminalità nel primo semestre 2007 rispetto all’anno precedente (statistiche che riporto da Repubblica del 2 novembre: nel caso siano false o manipolate, vi prego di segnalarmelo);
  • è opinione largamente diffusa sia nelle istituzioni italiane che nella comunità regolare dei romeni in Italia (ognuno può verificarlo agevolmente chiedendo in giro) che
    • a) l’esodo (più o meno massiccio) di delinquenti verso l’Italia sia reale, e non solo percepito;
    • b) sia provocato non tanto e non solo dal minor peso delle pene previste nel nostro ordinamento, quanto dalla radicale inefficacia della loro modalità di applicazione. In sostanza, vengono qui perché “anche se li prendono, non gli fanno niente”. Coscienza che pare stimoli i peggiori istinti di alcuni che, giunti qui, si sentono autorizzati ad una libertà d’azione che mai si sarebbero permessi in patria (a quest’ultimo pensiero non c’ero arrivato da solo, me lo ha suggerito una ragazza romena). Certo, non si tratta solo di esodo: l’anarchia genera in loco nuova delinquenza.

Questo è il problema di fondo, la struttura razionale sotto agli eccessi di pancia della generalizzazione, del giustizialismo, del razzismo ingiustificato e della strumentalizzazione politica e mediatica (scandalosa, concordo) denunciati dall’appello. Le statistiche citate, riportate con l’intento di prosciugare gli argomenti agli “emergenzisti”, non rispondono affatto a queste domande: sventolare dati ventennali fino al 2006 come può falsificare la denuncia di un problema relativo al 2007? Direi che sono stati evitati ad hoc gli argomenti sui quali i relatori non avevano risposte. In questo senso, il testo è insopportabilmente retorico, e fuori dalla realtà.

Il testo dell’appello sarà probabilmente ricordato anche come “manifesto del benaltrismo”, per quanto ne risulta intriso dei più deteriori stilemi di maniera. E’ evidentemente vero che “delitti individuali non giustificano castighi collettivi”. Non credo servisse un pool di intellettuali per rimarcarlo: chi lo nega è irrecuperabile al ragionamento. A questo riguardo l’appello sembra del tutto inutile, se non all’autosegnalazione dell’attivismo di relatori e firmatari.
Da inutile si fa però deleterio quando esprime volontà di estinguimento di alcuni reati per la semplice esistenza di delitti maggiori, siano essi transnazionali o intrafamiliari. Sembra ormai rimossa l’elementare evidenza che la certezza della pena è alla base dell’ordinamento democratico e del diritto internazionale a cui l’appello stesso si richiama, del tutto contraddittoriamente.
Segno dolente che anche la tolleranza ha un suo qualunquismo. Tanto per non farci mancare nulla.

Rimane ancora aperta una questione di misura di ogni denuncia antiqualunquista. Dire che non tutti gli zingari sono ladri è ovviamente necessario, e svuota la cartucciera del più becero qualunquismo. Dopo questa petizione di principio però bisogna andare a vedere in quale posizione tra lo zero e il cento per cento si posiziona il fenomeno. Perché se è uno solo lo zingaro ladro è un conto, ed è allora in atto da decenni una massiccia campagna di demonizzazione; ma se sono tutti ladri tranne uno, allora l’obiezione del qualunquismo è solo un gioco di prestigio semantico perseguito per fini politici.
E qui l’esperienza quotidiana purtroppo spingerebbe a considerare la volontà di integrazione individuale dei rom come un fenomeno raro se non, talvolta, un’invenzione interessata di operatori della stampa o attivisti politici.

L’appello non si limita a condannare il clima di generalizzazione, ma scivola sull’effetto pendolo della generalizzazione ideologica di segno opposto, disposta anch’essa alla tanto deprecata rimozione delle responsabilità individuali sotto l’urgenza di una lettura “vittimizzante” politicamente orientata. Non priva di ragioni, ma tanto strabica quanto quella a cui si contrappone.

Io non sono disposto a subire l’accusa di razzismo (ne’ tantomeno di schiavismo) solo perché penso che chi commette un reato debba pagarne le conseguenze. Chi tentasse di farlo, sta solo cercando di intorbidire ulteriormente le acque della società italiana per scopi personali o collettivi. Lontani comunque dalla realtà degli accadimenti.

Skypephone e il donatore di pollici

Francesco Minciotti è andato a tastare in avanscoperta il muro di gomma di 3 sulla nuova offerta dello Skypephone.
Visti gli esiti, ora attendiamo il filmato del previsto arrivo degli spezzapollici. Se prima di natale, si fa una colletta per ricomprarglieli.
Ma ora chi glielo dice alla Littizzetto?

(via Wittgenstein)

2 + 2 = 12.000.000

because you’ve not been paying attention!

Bene, comScore pubblica proiezioni statistiche sul successo dell’iniziativa di In Rainbows, l’album dei Radiohead autodistribuito online a un costo definito dall’utente:

During the first 29 days of October, 1.2 million people worldwide visited the “In Rainbows” site, with a significant percentage of visitors ultimately downloading the album. The study showed that 38 percent of global downloaders of the album willingly paid to do so, with the remaining 62 percent choosing to pay nothing.

Il Daily Mail dà immediatamente voce alle fanfare delle etichette, già terrorizzate dal tentativo di scavalcamento comportato dall’operazione, che licenziano come tragicamente fallita. Ma sbaglia clamorosamente a riportare i dati:

  • scambia i semplici visitatori per utenti che hanno scaricato l’album
  • moltiplica per dieci i numeri
  • riporta i dati come assoluti, mentre è solo una proiezione statistica

Già al primo grado di separazione giornalistica l’ipotesi di 1,2 milioni di semplici visitatori diventa certezza di 12 milioni di album scaricati. (Alt, chi va là, downloaden o uploaden? Semplici visitatori!)
Poiché l’errore va in direzione opposta alla tesi preconfezionata dall’articolo, prefigurando un clamoroso successo, rende internamente pretestuosa e ridicola la posizione espressa.

Ed infatti, assuefatti a puntino alla surrealtà delle cose di casa nostra, al Corrierone se ne innamorano, e Simona Marchetti la riprende para para, errori compresi. Citando persino la fonte originale senza prendersi la briga di controllare quella breve paginetta.

A cascata, i blogger (italiani e non) gli ruzzolano dietro, prendendo per buoni quei 12 milioni di download, ma impegnandosi almeno, giustamente, a smascherare l’incoerenza dell’accusa di fallimento, mostrando come, dati alla mano, si tratti solo di stampa di regime intenta a minimizzare il crollo del sistema multinazionale della discografia. E io ovviamente con loro: stavo per scrivere le identiche considerazioni di Quintarelli.

Oops, improvvisamente al Corriere se ne accorgono. Ma, com’è noto, il diavolo fa le virgole ma non le rettifiche. Ormai l’indignazione è montata nella blogosfera (che è fan della disintermediazione ancor più che della band), costretta dagli errata a una risospensione del giudizio fino a nuovo ordine.

A chiudere la farsa intervengono gli stessi Radiohead, dichiarando l’ovvio: che anche lo studio di comScore è del tutto inaccurato, e i suoi risultati non corrispondono in alcun modo alla realtà. Ci si poteva arrivare, vista la base statistica di poche centinaia di utenti.

Cosa dire della vicenda: mi sembra che metta finalmente d’accordo i detrattori di giornalisti e blogger: è andato in scena un gioco a rimpiattino fra chi misinterpreta più radicalmente dati già in origine precari.

Non posso naturalmente esimermi dal dare anch’io i numeri sulla vicenda. Da buon ultimo, ho scoperto almeno come sono arrivati al dato del 62% di non paganti riportato da comScore.
E’ naturale, e per alcuni versi paradossale. Come avete fatto a non accorgervene prima: è la Sezione Aurea dei visitatori a non aver versato un pound!

P.S. Mai notato che il rapporto fra le colonne di questo blog è lo stesso della struttura compositiva della Flagellazione di Piero Della Francesca? Nooo? Eh, because… you have not been paying attention!