Archivi per October, 2007

Naddavenì più

Obbediscono!
Legioni di volontèri già battono diuturnamente la sacra patria nel maschio intento di sferzare e abbattere i trinariciuti vessilli.

Come primo, significativo colpo di nerbo della nuova legge sull’apologia del comunismo, il ristorante “Da Baffone” di Grottaferrata sarà fieramente piegato ad assumere la più consona futurista dicitura “Da baffetto”.

Il bersaglio

Ieri Mario Draghi sui redditi degli italiani:

I livelli retributivi dell’Italia sono piu bassi che negli altri principali paesi dell’Unione europea.

Le differenze salariali rispetto agli altri paesi sono appena più contenute per i giovani, si ampliano per le classi centrali di età e tendono ad annullarsi per i lavoratori più anziani.

Il differenziale è minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate.

Cerchi concentrici. Oppure… avete presente i filmati fatti sulle rotaie mentre giunge il treno?
Fortunatamente l’ha piantata lì. Che quel brav’uomo a distanza di poche altre frasi stava per far sapere a tutti che “soprattutto Andrea Martines guadagna una miseria rispetto agli Andrea Martines degli altri paesi”.
Che è sempre una cosa umiliante, per noi egocentrici.

I “curautori” nell’epoca della loro definibilità tecnica

Del libro dei Fincipit di Eio e Stark sapete già tutto, perché l’avete fatto voi.
Divertentissimo mentre lo si faceva pezzo a pezzo, ancora rigodibile da spulciare su carta.

Guido, che ci tiene alla reputazione da battutista, se l’è comprensibilmente presa per la mancanza di attribuzione esplicita dei singoli pezzi, perché “per i fincipit è tanto importante sapere l’autore dell’incipit che l’autore del fin”. Posizione rispettabile che presuppone una rigida separazione tra gli autori (del singolo pezzo) e i curatori (della raccolta).

Come si fa a pensare di mettere regole al publishing online se neanche in quello tradizionale talvolta riusciamo a districare il bandolo? Ecco la matassa esposta da Stark:

Ti assicuriamo che ci abbiamo provato, a mettere i singoli autori delle battute: le prime bozze del libro avevano tutte, sotto l’opera originale, il nome dell’autore e a noi sarebbe veramente piaciuto fosse stato così. Poi si è deciso diversamente (noi, insieme a chi ha fisicamente “fatto” il libro) per ragioni estetiche e tipografiche, considerato che in molti casi si sarebbe vista una didascalia più lunga e appariscente delle battute stesse. Abbiam fatto molte prove, perché -credimi- ci tenevamo noi per primi, ma i fincipit più brevi di una riga finivano sempre per “annegare” e sperdersi in mezzo alle informazioni collaterali.

Inoltre c’era un altro problema, da non trascurare. Buona parte delle battute sono state parecchio rimaneggiate rispetto al fincipit originario (in genere idee che potevano funzionare, ma avevano bisogno di una limata più o meno vigorosa) per cui ci sono molte battute che non somigliano più alle originali, se non per lo spunto o il ‘meccanismo’ umoristico. Ovviamente gli autori di queste battute sono stati citati nell’elenco, ma non ci sentivamo di attribuire loro cose che non avevano in effetti scritto (specie nei molti casi in cui la battuta all’inizio era “innocente” e la nostra correzione le ha fatto prendere una svolta, diciamo così, greve: non a tutti può far piacere). Alcuni altri, evidentemente blogger anonimi, ci hanno dato il loro vero nome a condizione che non venisse associato alla battuta inviata, cosa che li avrebbe resi riconoscibili. Poi ci sono le battute anonime, quelle che abbiamo fatto noi due, quelle mandate da più autori con sfumature leggermente differenti, quelle che abbiamo costruito sintetizzando le diverse idee di più autori.

Qui Stefano fa notare che solo per alcuni pezzi vale l’attribuibilità rigorosa invocata da Guido: poiché la natura autoriale dei fincipit inclusi nel volume è estremamente eterodossa (i curatori sono anche parzialmente autori di molti pezzi, e interamente di alcuni altri), i metadati non sono omogenei, e quindi difficilmente esponibili senza turbare la fruizione, che ha le sue regole di leggibilità.

Insomma, è un problema di conflitto fra Information Architecture e User Experience.

Esistono ovviamente molteplici soluzioni. Che in questo caso passano tutte attraverso la numerazione dei fincipit (come nelle Formiche). L’associazione tra numero e autore, con eventuali note riguardanti le modifiche rispetto all’originale, è possibile riportarla nell’appendice del volume, ma le dimensioni dell’apparato critico lo farebbero sembrare quasi una parodia, per l’esilità dell’oggetto a cui sono applicate (e non sarebbe stata neanche una cattiva idea farlo così apposta). Ma, in questo caso, l’esistenza di un sito di prodotto poteva facilmente risolvere le esigenze di attribuzione, senza appesantire il libro, a cui bastava riportare l’indirizzo dell’apposita pagina online.

In definitiva, mi sembra che in casi come questo il web sia in grado di venire in soccorso all’editoria tradizionale, invece di minacciarla. Proponendo le soluzioni tecniche che consentono di specificare con sufficiente precisione i ruoli di autore e curatore quando chi firma viene inopinatamente colto nella posizione intermedia di “curautore”.

Falsi validi

LEI - Ma tu sei intelligente!
IO - Sì, ma la mia intelligenza ormai è un credito inesigibile.

Ateo satanico

Stimolato da Ludo e stuzzicato da Massimo, ho fatto il test.
Ecco di che religione sono:

Ateismo 100%
Agnosticismo 80%
Satanismo 70%
Induismo 30%
Islam 30%
Buddismo 30%
Paganesimo 20%
Confucianesimo 10%
Cristianesimo 10%
Ebraismo 10%
Paranormale 0%

Considerando che:

  • l’ateismo mi elide logicamente l’agnosticismo
  • l’ateismo in realtà si autoesclude per violazione del regolamento (io sono della parrocchia secondo cui il vuoto non è un tipo di pieno, ma la sua assenza)
  • filosofie orientali rintracciate in percentuali da stronzio nelle acque minerali

Se ne deduce che l’unica religione a me confacente è il satanismo.
Si vede che il test è riuscito ad antidoparmi la verve cabalistica. Eppure non c’erano domande che potessero farla emergere.
Diavolo di un test!!!

La particella di Prodio

Questo blog è su server americano Textdrive, e con suffisso internazionale “com”.
Quindi probabilmente non soggetto alle grinfie del nuovo disegno di legge sull’Editoria testè presentato dal governo.
Se venisse emanato, dovranno espatriare tutti gli altri blog italiani che non intendono essere testata editoriale.

Voi credevate che Rutelli volesse chiudere Italia.it? Macché, è più facile far chiudere tutti i siti italiani intorno. Così non si nota più la differenza!

Per un Freedom of Information Act italiano

Lorenzo Spallino ha scritto un articolo che vale più di una puntata di Report, come spesso gli accade.

Si parte da un fatto: l’appello di Scandalo Italiano (recante 1500 firme) affinché fossero resi pubblici i documenti di gara relativi alla realizzazione del portale Italia.it è stato respinto dalla Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Respinto perché in Italia pare che la legge 241/90 sulla trasparenza amministrativa non contenga affatto il diritto di accesso dei cittadini ai documenti della pubblica amministrazione: deve sussistere “un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente a una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è richiesto l’accesso” (articolo 22, comma 1, lettera b, l. 241/1990; articolo 2 D.P.R. 184/2006).

Quindi non chiunque. Anzi, quasi nessuno. Eventualmente, un secondariato di gare pubbliche, al massimo. E il diritto al controllo da parte dei cittadini? Non esiste, e la commissione ci tiene anche a precisarlo:

La giuriprudenza maggioritaria e l’opinione ormai stabilizzata dalla stessa Commissione si sono consolidati nel senso che il diritto di accesso, riconosciuto dall’art.22 L.241/90 non configura una sorta di azione popolare diretta a consentire un generalizzato controllo dell’attività della Pubblica Amministrazione.

Il problema travalica insomma sia l’argomento della normativa sull’accessibilità (che contesto da anni insieme a Spallino e molti altri) che lo scandalo del portalone da 45 miliardi (di cui ho parlato ampiamente in passato, anche in relazione alla sfortunata iniziativa di Ritalia).

In Italia, per legge, ai cittadini non è concesso il controllo dell’operato dei propri amministratori, tramite l’accesso agli atti pubblici.

Spallino scorre anche le normative internazionali sulla Freedom Of Information, ma non possiamo sempre sperare nella superiore attività civilizzatrice dell’Unione Europea che sovrascriva in un futuro più o meno prossimo le nostre aberrazioni.

Gilioli suggerisce al neonato Partito Democratico, come indice di buona volontà, lo scoperchiamento dell’affaire Italia.it.
Naturalmente, ad un perfettista come pare io sia, l’obiettivo di ottenere lumi su un singolo caso “nonostante” la legge sulla trasparenza appare miserrimo.
Io penso invece che l’adozione del Freedom Of Information Act, come diritto universale di accesso incondizionato dei cittadini alla documentazione pubblica (salvo segreti di stato o istruttori), sia del tutto evidentemente una pre-condizione obbligatoria della nuova stagione politico-istituzionale che Veltroni ritiene appena inaugurata.
A titolo squisitamente personale, aggiungo, considero la spinta fattiva per la sua adozione condizione necessaria (ma non sufficiente) per ottenere il mio voto alle prossime politiche.

Invito quindi chi è d’accordo a mobilitarsi per ottenere questo obiettivo quanto prima, con gli strumenti di pressione che abbiamo a disposizione.

Freedom Of Information NOW.

Capirla minga

Nessuno è perfettoBerselli, ingagliardito dalle rilevazioni di affluenza alle urne piddine, ha ben pensato di maramaldeggiare dalle colonne di Repubblica contro chi ha ritenuto di dover usare il NO in questa occasione, scomodando la untuosa definizione di “perfettisti”:

Ad esempio quelli che non sono andati a votare per le primarie del Pd perché il nuovo partito non era abbastanza liberale, socialista, popolare, democratico, insomma perché non era perfetto. Sono quelli che sono disposti a dimenticare le tristi necessità del presente in vista di un futuro che sarà molto migliore e forse anche molto più futuro. Sono le vittime di una malattia inguaribile per la cultura della sinistra. Dove conta essere “scomodi”, dove importa manifestare “disagio”, dove conviene mostrarsi “mai soddisfatti”.

Sofri (quello ggiovane) gli si è accodato.

Credo che non abbiano capito niente.
Gli astenuti di domenica sono quelli che avevano partecipato con fin troppo entusiamo alle primarie dell’Unione. Sono gli scottati dalla cronica concessione di fiducia mal riposta in passato, l’esatto contrario degli scontenti strategici di cui straparla Berselli. Sono quelli che considerano non più procrastinabile la risoluzione delle “tristi necessità del presente”, e non danno più deleghe in bianco ai politici che hanno già dimostrato di non saperle (o volerle) trasferire in azione.

Ma davvero l’infatuazione per il progetto vi acceca fino al punto di voler trasfigurare il sacrosanto dissenso in un minuetto di figurine a cui “conviene mostrarsi ‘mai soddisfatte’”?

Io la sento spesso quest’accusa di “perfettismo”: la formulano i caporali ai braccianti in nero che vorrebbero un contratto; i gruppi di nullafacenti e pressappochisti a chi si ostina a lavorare bene, rischiando di rovinargli i giochi; chi cerca di sfuggire alle conseguenze della propria negligenza a chi cerca di rinfacciargliela.
Se provi a far notare alle comunità montane al livello del mare che sono troppo basse, cosa pensi che ti rispondano? “Nessuno è perfetto!”

Bindigestione

Non andare a votare ha un senso. E’ una richiesta politica precisa al segretario entrante del partito: di effettività dell’azione, di discontinuità con il passato, di capacità di affrancamento dalla melma di apparato che lo appoggia strumentalmente. Insomma, di saper affrontare i prerequisiti per cambiare.
Solo se avrà dato risposte e risultati si voterà il PD quando sarà l’ora. Ma serve un partito radicalmente diverso da quello che appare oggi. Che lo sappia.

La Bindi è stata fatta ascendere senza colpo ferire per simulare una risposta a quella richiesta pressante. Un po’ come tutta la front line pulita dei candidati. Ma non ha la forza per cambiare di suo le cose, mentre Veltroni potrebbe anche averla, se giocherà bene le sue carte future. Oggi non otterrà forza, perché gli daranno ragione le percentuali, non i numeri assoluti.

Andare a votare la Bindi (con tutto il bene che potremmo dirne) avrebbe un senso politico se fosse un candidato alla guida del nascente Partito Democratico, non un suo specchietto per le allodole.

Il mare d’autunno

Si va là presto, certe domeniche d’ottobre. Anche se non te lo chiede più nessuno.

Ci si sdraia a rileggere un libro più o meno vetusto.
Si cerca di capire perché, con quest’altra luce da fine batterie, le parole sembrino tutte differenti.
Ma cerchi di riconoscerle. Le parole cattive che alla fine delle nuove stagioni già sapranno di vecchie speranze.
E sei contento di stare lì.

Poi sti cazzi, uno si piazza al tavolo ad assaggiare le ultime vongole, che incombe la dieta a zuppa d’asino (e già si sa, a queste latitudini sa di vecchia balena salmonata).

Si fa un metro quadro di castello di sabbia, a tasso variabile.

Poi si torna pian pianino per ora di cena, e si passa a salutare tutti, che domattina c’è da metter su un dittatore, dicono. Ma io c’ho già il mal di pancia al contrario.

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